Il primo atlante geografico completo delle attività petrolifere e del gas nell’Artico: pubblicata la nuova ricerca

È stato pubblicato sulla rivista PLOS One il nuovo studio “Unburnable carbon in the rapidly warming Arctic: mapping spatial relationships among oil and gas development, ecologically sensitive areas and Indigenous Peoples’ lands”, coordinato da Daniele Codato, Daniele Vezzelli, Federica Ammaturo, Giorgia Lazazzera, Andrea Stralla, Salvatore Eugenio Pappalardo e Massimo De Marchi del Centro di Eccellenza Jean Monnet sulla Transizione Giusta dai Combustibili Fossili e del gruppo di ricerca “Cambiamenti Climatici, Territori e Diversità” del Dipartimenti di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale (DICEA) dell’Università di Padova, che presenta il primo atlante geografico completo delle attività petrolifere e del gas nell’Artico, offrendo una visione senza precedenti delle interazioni tra sfruttamento delle risorse, ecosistemi fragili e territori delle popolazioni indigene.

La ricerca utilizza dati geospaziali ad accesso aperto relativi a cinque Paesi artici (USA, Canada, Groenlandia, Norvegia e Russia) e un approccio di geovisualizzazione basato su GIS. L’obiettivo è mappare la distribuzione di concessioni, infrastrutture e attività estrattive, evidenziandone le sovrapposizioni con aree ecologicamente sensibili e territori indigeni.

Un hotspot climatico e geopolitico

Lo studio si inserisce in una fase geopolitica particolarmente critica: l’Artico si sta riscaldando a una velocità quasi quattro volte superiore alla media globale, diventando al contempo un fronte avanzato sia della crisi climatica sia dell’espansione delle attività estrattive. Lo scioglimento dei ghiacci apre nuove rotte commerciali e opportunità di sfruttamento delle risorse, intensificando però la pressione su ecosistemi estremamente vulnerabili.

Parallelamente, la regione è al centro di crescenti tensioni geopolitiche, con una competizione tra potenze globali per il controllo delle risorse e delle rotte strategiche. Questo contesto rischia di marginalizzare le priorità climatiche, nonostante la necessità urgente di ridurre drasticamente l’uso dei combustibili fossili per rispettare l’obiettivo di +1,5 °C dell’Accordo di Parigi.

Inquadramento dell’area di studio 

Unburnable carbon al centro dell’analisi

Il concetto chiave richiamato dallo studio è quello di unburnable carbon: una quota significativa delle riserve fossili globali, in particolare quelle artiche, dovrebbe rimanere inutilizzata per evitare scenari climatici catastrofici. Le risorse dell’Artico, oltre a essere altamente costose e tecnicamente difficili da estrarre, sono tra le più incompatibili con gli obiettivi climatici.

L’espansione delle infrastrutture (pozzi, oleodotti, monitoraggio sismico) comporta inoltre impatti diretti sugli ecosistemi: frammentazione degli habitat, alterazione delle rotte migratorie e disturbo delle attività tradizionali delle comunità indigene, come caccia, pesca e allevamento di renne.

I numeri dello sfruttamento

L’analisi evidenzia l’ampia scala delle attività estrattive nell’Artico (considerato secondo la definizione geografica del gruppo di lavoro Conservation of Arctic Flora and Fauna dell’Arctic Council che combina aspetti climatici, biologici e geografici):

512.306 km² coperti da concessioni petrolifere e del gas (un’area paragonabile alla Spagna);

44.539 pozzi attivi, 39.535 km di condutture, 1.95 milioni di chilometri di linee di monitoraggio sismico, pari a quasi 48 volte la circonferenza terrestre.

Densità dei pozzi di petrolio e gas nella regione artica

Sovrapposizioni critiche con ecosistemi e comunità

Uno dei risultati più rilevanti riguarda le sovrapposizioni spaziali tra attività estrattive e aree di valore ecologico e culturale:

73,3% delle concessioni si sovrappone a territori delle popolazioni indigene;

7,57% interessa aree protette;

– numerose attività coincidono con habitat di specie chiave come orsi polari, caribù e uccelli artici.

Anche laddove non si registrano sovrapposizioni dirette, la prossimità tra infrastrutture e aree sensibili indica potenziali pressioni socio-ecologiche a lungo termine.

Le aree con la maggiore concentrazione di attività includono la penisola di Yamal in Russia, le province occidentali del Canada e il North Slope dell’Alaska: regioni caratterizzate da ecosistemi fragili e presenza di comunità indigene.

Mappa degli elementi poligonali del petrolio e del gas nella regione artica (SX) e mappa degli elementi lineari del petrolio e del gas nella regione artica (DX)

Mappa delle infrastrutture di petrolio e gas e delle aree protette nella regione artica

Un supporto a politiche più eque e sostenibili

L’atlante rappresenta uno strumento innovativo per supportare decisori politici, ricercatori e ricercatrici e comunità locali, rendendo visibili le relazioni spaziali tra sfruttamento delle risorse, biodiversità e diritti territoriali. Lo studio introduce criteri di “giustizia spaziale” per identificare le aree prioritarie in cui le risorse fossili dovrebbero rimanere nel sottosuolo.

La ricerca evidenzia inoltre lacune significative nella disponibilità e trasparenza dei dati, soprattutto in Russia, sottolineando la necessità di migliorare il monitoraggio e la governance delle attività estrattive.

Mappa delle infrastrutture di petrolio e gas e delle terre dei Popoli Indigeni nella regione artica

Verso una “Arctic Fossil Fuel Non-Proliferation Zone

Tra le prospettive future emerge la proposta di istituire una “zona di non proliferazione dei combustibili fossili” nell’Artico, in linea con iniziative globali analoghe come l’iniziativa del Fossil Fuel Treaty. Tale approccio si fonda su evidenze climatiche, economiche ed ecologiche: elevati costi di estrazione, rischi di asset non recuperabili, vulnerabilità degli ecosistemi e precedenti politici di moratorie già adottate in alcuni Paesi.

Lo studio si inserisce anche nel dibattito europeo sull’aggiornamento della politica artica dell’Unione Europea (previsto per il 2026), contribuendo con raccomandazioni che includono il rafforzamento delle basi scientifiche delle decisioni, il rispetto dei diritti delle popolazioni indigene e l’adozione di misure per limitare ulteriori sviluppi fossili nella regione.


Sovrapposizione di siti e infrastrutture di estrazione di gas e petrolio e aree riconosciute a priorità di conservazione

Dalla ricerca all’azione

I risultati saranno anche al centro del dibattito internazionale durante la prima conferenza globale sulla transizione dai combustibili fossiliTransitioning Away from Fossil Fuels” prevista a Santa Marta (Colombia) dal 24 al 29 aprile 2026.

Il 29 aprile, il Centro di Eccellenza Jean Monnet sulla Transizione Giusta dai Combustibili Fossili co-organizzerà l’evento parallelo “Between Amazon and Arctic: Place based just fossil fuel transitions away. Panel on: geovisualization of yasunization multitudes”.

L’intervento discuterà dell’urgenza di una transizione energetica equa, analizzando l’eliminazione graduale dei combustibili fossili da una prospettiva contestualizzata. Prendendo Artico e Amazzonia come regioni emblematiche di trasformazione, il dialogo trascende il locale per esplorare la “yasunizzazione” come fenomeno globale di mobilitazione sociale generato da numerose iniziative dal basso. Verrà esplorato il ruolo degli strumenti di geovisualizzazione nella mappatura della moltitudine di narrazioni che guidano questo cambiamento. Attraverso un panel di persone impegnate nella ricerca e nell’attivismo, verranno discusse le tensioni tra le politiche estrattive e le alternative basate sulle comunità, evidenziando come i dati visivi possano rafforzare la difesa politica e la giustizia ambientale nei diversi territori che stanno plasmando queste transizioni.

Scarica il comunicato stampa:

Comunicato stampa ITALIANO
Press release ENGLISH
Comunicado ESPANOL

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Unburnable carbon in the rapidly warming Arctic: mapping spatial relationships among oil and gas development, ecologically sensitive areas and Indigenous Peoples’ lands

 

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